“War Capitalism & Liberty”, arriva a Roma la mostra di Banksy

181847083-9fb72ab1-69a0-4043-bded-9fe1cbc282a2

 

Attesa e fermento per l’apertura della mostra su Banksy “War Capitalism & Liberty” che inaugura il 24 maggio a Palazzo Cipolla, ideata e promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo e curata da Stefano Antonelli, Francesca Mezzano e Acoris Andipa. Lo staff è al lavoro per completare l’allestimento di quello che si potrà vedere a partire da martedì. In mostra 150 opere tra dipinti originali, stampe, sculture e oggetti rari, tutte provenienti da collezioni private (tra gli estimatori di Banksy figurano molti vip, da Kate Moss a Brad Pitt) e  nessuna sottratta alla strada. E ci sarà una sorpresa: per la prima volta verrà esposto un autoritratto di Banksy, che, nonostante sia il più noto esponente della street art a livello mondiale, continua a rimanere nell’anonimato.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Nota Personale – Nonostante il fascino misterioso di questo artista, che ormai è diventato semplicemente un grande brand artistico di cui non si conosce il proprietario, in questo caso il volto del proprietario, credo che per sostenere realmente il fulcro concettuale di questa disciplina artistica, la cosa migliore sia non andarci.

Avete mai sentito parlare del Codex Seraphinianus?il libro più strano del mondo!

codex%20seraphinianus8

 

da : La Repubblica

O UN gatto o gli alieni. La genesi del “libro più strano del mondo” non può che essere surreale. Esattamente 40 anni fa in una casa di via Sant’Andrea delle Fratte a Roma, con un gatto accoccolato sulle sue spalle “forse a dettarmi tutto” Luigi Serafini, classe 1949, iniziò a disegnare il Codex Seraphinianus, considerato oggi il volume più strano al mondo.
Scritto in una lingua che non esiste e raccontato come fosse l’enciclopedia di un altro pianeta, quarant’anni dopo, grazie ai giovani, quel codice di 360 pagine gode di uno straordinario nuovo successo tanto che in Cina va letteralmente “a ruba”: non solo è introvabile, ma hanno perfino realizzato il fake, la falsa copia di un volume per sua natura incopiabile.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Così, per celebrare il Codex, quattro decadi dopo, Serafini è tornato da quell’editore che gli diede fiducia. E l’incontro non poteva avvenire che in un luogo “strano” a sua volta: nel labirinto di bambù più grande del pianeta costruito alle porte di Parma fra piante e piramidi dall’editore Franco Maria Ricci. “Quest’uomo inventa mondi che non ci sono” dice Ricci sorridendo all’autore. “Anche tu lo fai” replica Serafini. Al siparietto assistono decine di appassionati, tutti con il costosissimo volume fra le mani, accorsi a Fontanellato (Pr) per vedere le pagine originali del Codex esposte nel Labirinto per qualche giorno. In prima fila ci sono anche fan cinesi dell’autore.

 

Parlare dei disegni dentro al libro, raccontarli, è praticamente vano: per ogni persona possono avere un senso e una prospettiva differenti. Perciò Serafini si sofferma sulle origini, dopo quei viaggi nell’America on the road della Beat Generation raccontata da Kerouac, della ricerca e il sacco a pelo, dello scambio costante di informazioni fra ragazzi. E poi il suo ritorno in Italia.

“Erano gli anni di piombo. Una sera un amico mi chiese se volevo uscire e andare al cinema. Dissi di no, che dovevo finire la mia enciclopedia. Allora realizzai che quei disegni sarebbero divenuti un codex. Se non era il gatto, forse era qualche civiltà di un’altra galassia a trasmettermi quelle visioni, un po’ come nel film ‘Incontri ravvicinati del terzo tipo’ di Spielberg. Loro mi indicavano e io disegnavo”. Metà anni Settanta, fece le prime tavole e partì per Milano. “Avevo una foto dell’editore e mi misi a fargli la posta. Lo aspettai tre ore seduto sulla mia utilitaria sperando di riconoscerlo, ma niente. Il giorno dopo lo vidi e gli mostrai i disegni. Lui capì”.

 

Piante, alberi, città, uomini che si trasformano in animali, lettere sconosciute “dove l’anatomico e il meccanico si scambiano le loro morfologie… dove il vegetale si sposa al merceologico, lo zoologico al minerale…così il cementizio e il geologico, l’araldico e il tecnologico, il selvaggio e il metropolitano, lo scritto e il vivente” scriveva Italo Calvino poco dopo la pubblicazione del Codex nel 1981 (il libro fu iniziato però nel 1976).

Allora quel libro non fu subito un successo. “E’ stato capito da una generazione dopo – dice Serafini – i giovani lo hanno riportato alla ribalta, celebrandone il mistero e ora è un successo popolare, perfino in Cina, dove lo hanno divorato”.

Dentro c’è una lingua che è solo “l’ombra di una scrittura vera. Tutti noi abbiamo una lingua nascosta, io mi sono liberato dall’alfabeto e ho seguito la mia inclinazione per le curve”. Viene da chiedersi se quei disegni, oltre al gatto o agli alieni, siano figli di sostanze psicotrope. “Me lo hanno già chiesto. Sì, nel mio primo viaggio in America provai la mescalina, ma direi che non fu l’allucinogeno ad aprirmi la mente. Sotto quegli effetti si fanno cose che sembrano belle, ma che in realtà sono banali. Se devo pensare a un qualche aiuto, mi viene in mente più il Valpolicella, un vino rosso che vendevano nell’osteria vicino a casa”.

Oggi il Codex è stato ristampato in mezzo mondo, dagli States all’Ucraina passando per l’Asia. E’ diventato un libro culto, apprezzato nel tempo da Calvino sino a Tim Burton.
Prima di prendere sotto braccio il suo vecchio editore (con in quale insieme a Vittorio Sgarbi sta pensando di dar vita alla rivista “Fmr”, la “più bella del mondo”) e perdersi nel labirinto, Serafini si presta alla processione di ammiratori che chiedono un suo autografo sul proprio Codex. Sono quasi tutti ragazzi. “I giovani di oggi hanno capito che il Codex in realtà era un blog in anticipo. Un blog affidato a una rete – allora quella editoriale – prima della rete odierna. Un blog su fogli Fabriano. Forse, nell’era della tecnologia e di internet, è per questo che lo amano tanto”.

 

Rocco Tanica, l’addio ai live con Elio e le Storie Tese.

 

Dopo Jack Frusciante, anche Rocco Tanica è uscito dal gruppo. Pochi potevano immaginare che il concerto di ieri sera al Mediolanum Forum di Assago (Milano), il ritorno nei palasport di Elio e le Storie tese dopo 20 anni, potesse diventare un commiato. Invece, dopo due ore di live, il tastierista è entrato al posto del suo sostituto Vittorio Cosma per congedarsi ed eseguire l’ultima parte di concerto: «È stato un bellissimo giro di giostra», ha detto l’artista milanese, al secolo Sergio Conforti. Al termine di questo «Piccoli Energumeni Tour» Tanica abbandonerà definitivamente l’attività live con la band fondata da Elio nel 1979 e nella quale entrò nel 1982. Fino a ieri sera l’assenza di Rocco, spiegata con un fantomatico «impegno con sua zia», non aveva stupito il pubblico: da almeno tre anni la sua partecipazione ai concerti non era assicurata. «Ho poche energie per questo, a differenza dei miei colleghi che sono locomotive da palcoscenico. Non ho il fisico per il rock: alle 9 e mezza mi viene sonno», spiega — scherzando — Tanica. «Non farò più concerti e tour, ma continuerò a partecipare al lavoro in studio e a quello in tv». E in effetti le tre ore del Forum sono state una cavalcata inedita per il gruppo: per la prima volta un set così lungo dai tempi del record di 12 ore non-stop del 1990, per la prima volta in scena con un corpo di ballerine, per la prima volta con maxischermi e apparati da rock show («Sono scenografie rubate ai concerti di altri, tipo Fedez», scherza la band). E così tra le coreografie, accanto ai siparietti di Mangoni e i visual che mescolano spezzoni di videoclip e spunti surreali, Elio e Le Storie Tese hanno proposto ai 9.400 di un Forum sold out uno spettacolo in grande stile. «Non è un addio, però», assicura la band.

 

Quella milanese non sarà l’ultima apparizione live però, Tanica interverrà anche nelle restanti date del tour, almeno quelle programmate fino a maggio. Un tour che fa fede al titolo: una scaletta di questo tipo è davvero da (piccoli) energumeni. Una prova di forza da tre ore e dieci, con 28 pezzi, e intermezzi dove anche chi a volte è un po’ più defilato ha il proprio momento di protagonismo. C’è spazio anche per qualche ospite: Diego Abatantuono recita live la sua introduzione a «Supergiovane» mentre Eugenio Finardi canta «Piazza San Giovanni» e in «Complesso del primo maggio». Il finale è d’obbligo, ma non per questo meno emozionante. «Tapparella» si chiude con 9mila persone a battere le mani al grido di «Forza Panino», mentre sul maxi schermo scorrono le immagini di Feyez, scomparso nel 1998 ma sempre (e per sempre) nel gruppo.

Madrid : Malasaña invasa dalla street-art!

104452451-c13996a9-84d0-49eb-bd2b-e37f72fcaf1e

 

Malasaña è un quartiere di Madrid molto conosciuto per il suo ambiente alternativo e la vita notturna: meta prescelta da universitari e artisti, una sorta di Camden Town spagnola in cui l’estro è all’ordine del giorno e il grigio dei muri e delle serrande stona con la vitalità dei suoi abitanti. Per questo tra le sue strade è stata organizzata PintaMalasaña, Pittura Malasaña: un’iniziativa con cui alcuni street artist hanno dato colore al quartiere dipingendo serrande e muri. La prima edizione si era svolta nel 2011, ma non aveva avuto lo stesso successo: i negozianti non volevano partecipare. Ora invece sono stati in cento a mettere a disposizione le proprie saracinesche

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

da : La Repubblica

In arrivo la rivisitazione poeticamente sovversiva di Adam Green del classico ‘Le Mille e Una Notte ‘. “

“ADAM GREEN’S ALADDIN”
Data di uscita: Maggio 2016
Label: IRON SIGHTS (Ger) -Distributore Italiano: Audioglobe

Adam Green è rinomato in tutto il mondo per essere uno dei talenti compositivi più
prolifici ed inconfondibili del panorama musicale internazionale.
Nativo di New York, Green registrò e produsse il suo primo album a soli 17 anni. Attivo
nella scena anti-folk del centro città Newyorkese alla fine degli anni 90’ formò il duo
“The Moldy Peaches”, i quali raggiunsero il successo grazie alla colonna sonora del
film ‘Juno’, vincitore di un Grammy e dell’Academy Award nel 2007. Durante la sua
carriera solista Green ha registrato 9 album, molti dei quali diventati successi cult
come ‘Gemstones’ del 2005 che vinse il disco d’oro in Europa.
Ma Adam non è solo un musicista. Poliedrico ed eclettico, Green si avvicina al mondo
del cinema e delle arti visive, curando mostre sia in America che in tutta Europa -la più
recente presso la fiera dell’arte LISTE a Basel mentre il lavoro artistico tratto da
Aladino è da poco esposto al Museo della Fondazione Beyeler-.
Adam Green si dedica al cinema sin dal 2010: l’anno dopo uscì “The Wrong Ferarri”, il primo lungometraggio ad essere stato filmato per intero con un Iphone. Da allora è stato inserito nel piano di studi della Scuola di Cinema Tisch, facoltà cinematografica dell’Università di New York. Rolling Stone lo ha descritto come un “Fellini sotto effetto di Ketamina”.
“Aladdin” il suo secondo fantasiosissimo e psichedelico lungometraggio, che vede
Green stesso nel ruolo del protagonista, esplora i recessi della sua immaginazione
simbolica, rimandando ad un Michel Gondry o ad uno Jodorowsky sotto LSD. Una
produzione artistica che risulta sia sovversiva che stupefacente, filmata interamente
su set di cartapesta fatti a mano, con più di 500 oggetti di scena e 30 stanze costruite
utilizzando elenchi telefonici, giornali, colla e pittura per la casa. L’odissea satirica,
colma di dialoghi frenetici, ruota intorno alla famiglia disfunzionale di Aladino, la quale
vive in una città del tutto “ordinaria”, regnata da un Sultano corrotto. La lampada è una
stampante 3D, la principessa è una mondana sull’orlo della decadenza, il pianeta
decide di cambiare sesso, e la sua popolazione stampa una versione analogica
dell’internet. Il film esplora tematiche come quella della tecnologia, la repressione del
governo, l’avidità, ed il vero amore.
Il cast è composto da un’interessante varietà di esponenti della comunità artistica,
musicale e cinematografica della città di New York, che include artisti del calibro di:
Natasha Lyonne, Macaulay Culkin, Alia Shawkat, Francesco Clemente, Har Mar
Superstar, Devendra Banhart, Bip Ling, Jack Dishel, e Zoe Kravitz
La colonna sonora di “Aladdin” è l’ultimo lavoro scritto e registrato da Green e
prodotto da Noah Georgeson, la quale sarà la protagonista di “Aladdin Tour”, una
tournèe mondiale che avrà inizio dopo una serie di presentazioni in anteprima del film
previste per fine Aprile. Adam e la sua band proporranno dal vivo canzoni tratte da
tutti i suoi album precedenti oltre ai brani di “Adam Green’s Aladdin.” Gli attori che
hanno partecipato al film faranno delle comparse a sorpresa sul palco durante il tour.
L’uscita del disco è prevista per Maggio.

“Con Aladino, volevo presentare la mia musica, arte e scrittura, unita in una singola esperienza”

Adam Green

Musica da guardare #18 : Neri per Caso

NPC_2_NPC_2016_SaM

 

L’appuntamento è alle ore 17:00 nello studio di registrazione della Elios Recording di Castellammare di Stabia, guarda un po’, a pochissima distanza da dove sono nato e cresciuto. Arriviamo carichi di quella vibrante sensazione che normalmente, in questi casi, definisco tensione, mentre ora no, ora è vibrante emozione. Intervistare un artista famoso è sempre una cosa strana, puoi trovarti di fronte qualunque tipo di personalità che in un attimo può buttare in fumo tutto ciò che avevi preparato, perché magari è stanco, magari è sbronzo, magari è stronzo; quando l’artista poi oltre ad esser famoso è anche un tuo idolo, la cosa è ancora più strana, perché oltre a quanto detto, puoi scoprire che è una brutta persona o che di artista ha ben poco. Fortunatamente, la fantastica Giovanna Liguori – Responsabile Ufficio Stampa – con la sua professionalità e disponibilità, ci aveva fornito tutte le condizioni e le istruzioni per rendere l’incontro più funzionale possibile.

 

 

Entriamo timidamente in questo studio nuovissimo, con un lungo finestrone da cui sembra che mare e Vesuvio si possano toccare allungando una mano, nella sala centrale c’è un sacco di gente che parla, qualcuno strimpella una chitarra, sono loro, sono i Neri per Caso. Mi sono sentito immediatamente a mio agio. Certamente quei visi mi erano familiari, ma ognuno di loro generava energia positiva, in quello studio c’era una sinergia immanente di cui anche io ho avuto un’immediata percezione. E’ difficile da spiegare.

Mentre Angela ed Antonella preparavano il set, mi avvicino al maestro Ciro Caravano che , seduto ad un maestoso Steinway&Sons Grancoda, accarezzando i tasti mi fa: ” Ray Charles cambiò mille donne, ma suonò un solo pianoforte, questo“. Uno strumento, in effetti, di una bellezza mozzafiato.

IMG-20160311-WA0003

 

Iniziamo con l’intervista, i ragazzi ci raccontano in modo dettagliato come e con che propositi è nato questo loro ultimo disco, ci spiegano il significato del 2.0 e cos’è oggi la loro arte. Ci raccontano aneddoti, ci descrivono come la musica ed i musicisti sono cambiati in vent’anni, Daniele ci descrive le difficoltà dell’inserimento in un progetto del genere e soprattutto di quando ha ricevuto la telefonata del produttore Nello Manvati che gli proponeva un incontro con i Neri per Caso. Ma è quando iniziano a cantare che restiamo incantati. Una cosa incredibilmente affascinante è il modo in cui si accordano prima di cantare: Ciro  (notoriamente uno tra gli orecchi assoluti più assoluti d’Italia) appoggia vocalmente e con il pianoforte la nota chiave e gli altri, in pochi istanti, si mettono in linea e partono. Ed è una cosa incantevole. Riescono ad elaborare un suono talmente compatto e fluido, tra ritmica, bassi ed alti che, anche essendo lì ad un metro da loro, non sono riuscito a capire chi faceva cosa. E’ come se fossero un unico organismo sonante, con un’ assenza tale di sbavature o individualità da produrre un’efficacia quasi meccanica, seppur con grande naturalezza.

Conclusa l’intervista, continuiamo a chiacchierare fumando una sigaretta affacciati al lungo finestrone, con il profumo del mare che ora inizia a liberarsi dell’inverno ed il vecchio Vesuvio che lascia passare il tramonto. Siamo arrivati innamorati di canzoni e siamo andati via affascinati dagli artisti, felici di potervi raccontare qualcosa in più di una band fatta di musicisti eccezionali. Fare musica per vent’anni è possibile solo se il concetto di “insieme” è realmente effettivo e c’è una cosa che credo possa essere il loro segreto, sulle loro bocche, tra tutti quei suoni e quegli sguardi d’intesa, c’era sempre il sorriso.

Un grazie particolare a Giovanna Liguori, Nello Manvati, Angelo Sorrentino e lo studio di produzione Elios Registrazioni Audiovisive 

Logo Elios 1

 

 

 

 

 

 

Riprese e Montaggio : Antonella Sabatino
Foto : Angela Ametrano

di Vincenzo Miele

 

“THE PARTY STARTS HERE”: album di debutto firmato Sica e prodotto da Vicio dei Subsonica!

untitled.png

 

 

I SICA portano avanti un progetto da loro stessi definito Dance Entertainment, ovvero un mix di punk-funk e cassa dritta con testi sboccati e beffardi cantati in un inglese sguaiato.

Al centro c’è il concetto di SICAPARTY.

Il SICAPARTY è l’apice e l’essenza della proposta musicale dei SICA: suonare dal vivo e fare festa come se non ci fosse un domani coadiuvando il tutto con un numero imprecisato di shot di tequila offerti al pubblico nel bel mezzo del live. Le strutture dei brani e la precisione dell’esecuzione svelano un ottimo bagaglio tecnico ed è quello a fare la differenza rispetto a molte scialbe proposte electro-rock. Non è quindi un caso il fatto che il combo piemontese abbia collezionato una serie di partecipazioni su palchi d’eccellenza come quello dello SZIGET Festival.

Ma allora come suona questa Dance Entertainment? La risposta definitiva  la trovate nel primo disco ufficiale dei SICA, prodotto da Ikebana Records: s’intitola THE PARTY STARTS HERE e vanta la produzione di Luca Vicini, storico bassista dei SUBSONICA.

La band ha già annunciato le prime date del “THE PARTY STARTS HERE TOUR” , in un calendario in via di aggiornamento:

5.03.16 Officine Corsare – Torino
11.03.16 Supersonic Music Club – Foligno (PG)
25.03.16 I’M lab – Abano Terme (PD)
26.03.16 TBA – Treviso
23.04.18 Scugnizzo Liberato – Napoli (Ikebana Fest)
28.04.16 Marla – Perugia
29.04.16 Il Chiosco – Certaldo (FI)

 

I SICA sono Davide Santilli (voce e synth), Jacopo Bertolotto (chitarra), Stefano D. Ottavio (basso) Bart Fierro (batteria) e successivamente Luca Mignacca (percussioni).

Nascono nel gennaio 2012 e in questi 3 anni i SICA sono stati protagonisti di un’intensa attività live che li ha portati a suonare in prestigiosi contesti dal Circolo Magnolia di Milano allo Sziget Festival di Budapest.

A luglio 2014 è uscito il loro omonimo EP prodotto da Luca Vicini dei Subsonica e presentato con l’uscita del singolo “Utilitaire” su Virgin Radio da Andrea Rock e Giulia Salvi all’interno del programma “Virgin Generation”.

 

 

Torna il rock nel magnifico Anfiteatro di Pompei con due date estive, diventeranno film!

 

L’evento è così ghiotto che vuole annunciarlo nelle prossime ore il ministro Franceschini in persona. Non è ancora ufficiale, non tutto è ancora definito e non è detto che qualche problema non mandi all’aria l’evento, ma sembra proprio che Pompei riapra l’Anfiteatro romano alla musica, ospitando non solo Elton John il 12 luglio, ma anche David Gilmour, il 7 e l’8 luglio: due serate riprese da telecamere ad HD per celebrare il ritorno, quarantacinque anni dopo, del chitarrista nella location dello storico film dei Pink Floyd. Mimmo D’Alessandro, promoter di Somma Vesuviana che con il socio Adolfo Galli porta in Italia le più grandi star internazionali e da anni cerca di riportare il grande rock in Campania, è stato nei giorni scorsi sul posto riscontrando collaborazione e voglia di fare.

Il soprintendente Massimo Osanna è molto attratto dall’idea, ma ha bisogno delle necessarie garanzie di salvaguardia per una cornice in qualche modo vergine rispetto al meno capiente Teatro Grande.La volontà di trasformare il doppio concerto in due giorni di riprese permetterebbe agli organizzatori di non mirare per forza ad una affluenza da record, rimandando il rientro economico dell’operazione al filmato, magari da trasmettere prima nei cinema e poi da commercializzare su dvd, come si usa adesso. Sarà solo un caso, ma Adrian Maben, il regista di «Pink Floyd: live at Pompeii», è tornato negli scavi l’estate scorsa per una mostra fotografica legata alla pellicola, girata dal 4 al 7 ottobre 1971, annunciando agli amici l’intenzione di farsi vedere di nuovo nei prossimi mesi. Che sia ancora lui, o meno, a dirigere il ciak è impossibile carpirlo allo staff di Gilmour. Il cineasta ebbe all’epoca l’idea dell’intera operazione.

Che non fu semplicissima: giunta sul posto, la troupe scoprì di non avere elettricità sufficiente, trovandosi costretta a stendere un cavo dal lontano municipio. Non si trattò di uno show aperto al pubblico, anche se un gruppo di ragazzi riuscì ad entrare di nascosto e a seguire i ciak. Parte delle bobine andarono perdute prima del montaggio, come dimostrano le sequenze di «One of these days», in cui si vede quasi esclusivamente il batterista Nick Mason. E alle scene iniziali nella Solfatara furono aggiunte altre in uno studio cinematografico parigino e poi negli Abbey Road Studios della Emi a Londra, dove stava nascendo il futuro best seller «The dark side of the moon».Tutto questo, naturalmente, non si ripeterebbe questa volta, con Gilmour, 70 anni compiuti il 6 marzo, intenzionato a portare a casa un film che, insieme ai materiali del suo ultimo album solista, «Rattle that lock», su testi della moglie Polly Samson, raccolga materiali dei Pink Floyd.

Se Roger Waters ha deciso di trasformare «The wall» in un’opera lirica, potrà bene toccare a lui, e alla sua Stratocaster, il compito di tornare indietro con il tempo a 45 anni fa, e poi ancora più indietro, come sempre suggeriscono le rovine di Pompei. «Amammo tutti esibirci all’Anfiteatro», ricorda lui, «accettammo per divertimento e fu una gran buona scelta perché venne fuori un bel film. Certo, oggi trovo un po’ imbarazzante rivedermi com’ero. Ma questo è un problema mio».Problema superato se davvero tornerà nella città perduta, se il rock risuonerà tra le domus. Nel 1971 era un azzardo, la colonna sonora di una gioventù ribelle, se non rivoluzionaria, entrava nel tempio della classicità. Oggi quel suono è diventato classico, l’unica possibile classicità del Novecento. In tour David, con i suoi brani solisti, rilegge perle dell’ormai disciolto gruppo come «Wish you were here» e «Shine on you crazy diamond» dedicate all’indimenticato e indimenticabile Syd Barrett, «Money», «Time/Breathe», «Confortably numb», «Run like hell», «Astronomy domine» e «Us and them», l’unico brano presente, sia pur con un frammento non registrato all’Anfiteatro, nella colonna sonora di «Live at Pompeii», da cui però potrebbe per l’occasione recuperare qualche altra perla. Per il ritorno del grande rock in una location, come si dice adesso, che non è seconda per bellezza a nessuna, Colosseo e Arena di Verona compresa (dove Gilmour è atteso il 10 e l’11 luglio).

 

da : ilMattino

Per l’arte un giorno di lutto, Blu cancella i suoi murales.

115250190-80e39d3c-4835-4f14-9714-e5ae1c6c9d37

 

Il 18 marzo si inaugura a Bologna la mostra Street Art. Banksy & Co. – L’arte allo stato urbano, promossa da Genus Bononiae, con il sostegno della Fondazione Carisbo. Tra le opere esposte ce ne saranno alcune staccate dai muri della città, con l’obiettivo dichiarato di «salvarle dalla demolizione e preservarle dall’ingiuria del tempo», trasformandole in pezzi da museo.

Il patron del progetto è Fabio Roversi Monaco, già membro della loggia massonica Zamboni – De Rolandis, magnifico rettore dell’università dal 1985 al 2000, ex-presidente di Bologna Fiere e di Fondazione Carisbo, tuttora alla guida di Banca Imi, Accademia di Belle Arti e Genus Bononiae – Musei della Città.

Il nome di Roversi Monaco, più di ogni altro nella storia recente di Bologna, evoca la congiuntura di potere, denaro e istituzioni, con la repressione che li accompagna. Ai tempi delle celebrazioni per il Nono Centenario dell’Ateneo cittadino rifiutò qualunque dialogo con gli studenti che protestavano per i costi della festa. Alla cerimonia di inaugurazione, nell’aula magna di Santa Lucia, la polizia tenne i contestatori fuori dalla porta. Il gran galà si concluse con 21 denunce a carico dei manifestanti. Era il 1987. Tre anni dopo, per le occupazioni della Pantera contro la Legge Ruberti che apriva l’università ai finanziamenti privati, le denunce furono 127.

Niente di strano, allora, nel vedere Roversi Monaco dietro l’arroganza piaciona di curatori, restauratori e addetti alla cultura, che con il pretesto dell’amore per l’arte di strada trovano un’occasione di carriera, mettendo a profitto l’opera altrui.

Non stupisce che ci sia l’ex-presidente della più potente Fondazione bancaria cittadina dietro l’ennesima privatizzazione di un pezzo di città. Questa mostra sdogana e imbelletta l’accaparramento dei disegni degli street artist, con grande gioia dei collezionisti senza scrupoli e dei commercianti di opere rubate alle strade.

Non stupisce che sia l’amico del centrodestra e del centrosinistra a pretendere di ricomporre le contraddizioni di una città che da un lato criminalizza i graffiti, processa writer sedicenni, invoca il decoro urbano, mentre dall’altra si autocelebra come culla della street art e pretende di recuperarla per il mercato dell’arte.

Non importa se le opere staccate a Bologna sono due o cinquanta; se i muri che le ospitavano erano nascosti dentro fabbriche in demolizione oppure in bella vista nella periferia Nord. Non importa nemmeno indagare il grottesco paradosso rappresentato dall’arte di strada dentro un museo. La mostra Street Art. Banksy & Co. è il simbolo di una concezione della città che va combattuta, basata sull’accumulazione privata e sulla trasformazione della vita e della creatività di tutti a vantaggio di pochi.

Dopo aver denunciato e stigmatizzato graffiti e disegni come vandalismo, dopo avere oppresso le culture giovanili che li hanno prodotti, dopo avere sgomberato i luoghi che sono stati laboratorio per quegli artisti, ora i poteri forti della città vogliono diventare i salvatori della street art.

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Tutto questo meritava una risposta.

La risposta è giunta la scorsa notte e prosegue nella giornata di oggi, durante la quale uno degli artisti che figura suo malgrado nel cartellone della mostra risponde per le strade della città a ciò che si prepara nelle stanze di Palazzo Pepoli.

Blu cancella i pezzi dipinti a Bologna nel corso di quasi vent’anni.

Di fronte alla tracotanza da landlord, o da governatore coloniale, di chi si sente libero di prendere perfino i disegni dai muri, non resta che fare sparire i disegni. Agire per sottrazione, rendere impossibile l’accaparramento. A dare una mano a Blu ci sono gli occupanti di due centri sociali – XM24 e Crash – che non a caso si trovano lungo la direttrice del canale Navile, là dove ogni forma di partecipazione reale è morta sotto il peso di fallimentari progetti edilizi di riqualificazione e di strumentali emergenze come quelle contro i campi nomadi. Questo atto lo compiono coloro che non accettano l’ennesima sottrazione di un bene collettivo allo spazio pubblico, l’ennesima recinzione e un biglietto da pagare.

Lo compiono coloro che non sono disposti a cedere il proprio lavoro ai potenti di sempre in cambio di un posto nel salotto buono della città.

Lo compiono coloro che hanno chiara la differenza tra chi detiene denaro, cariche e potere, e chi mette in campo creatività e ingegno.

Lo compiono coloro che ancora sanno distinguere la via giusta da quella facile.

da : WurningFundation.com

 

Scopri come William Kentridge sta trasformando le pareti del Lungotevere.

 

131225872-b6e88c10-6850-43af-8389-6e7629afc0c1

 

Aperto il cantiere di “Triumphs and laments” sul lungotevere. L’opera lunga 550 metri prende finalmente il via. Dopo anni di rinvii e polemiche, l’artista sudafricano William Kentridge ha iniziato a lavorare alla prima delle ottanta immagini alte 10 metri, che ricostruiranno la storia di Roma sul muraglione destro del Tevere tra Ponte Mazzini e Ponte Sisto. La tecnica utilizzata è simile a quella dello stencil, ma con l’utilizzo dell’idropulitrice al posto della vernice. Infatti, rimuovendo la patina biologica accumulatasi negli anni sul travertino bianco, i disegni emergeranno come ombre. Un’opera destinata a scomparire nel tempo naturalmente, quando gli agenti atmosferici e lo smog ricopriranno il muro ripulito, cancellando le immagini.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.